Lavoro
Comprendere il mondo del lavoro nell'epoca del degiovanimento: la sit-com BORIS
di Emanuela Rinaldi (emanuela.rinaldi@unicatt.it)
Mentre cresce la popolazione anziana e diminuisce quella dei giovani in Italia, il mondo del lavoro cambia, cosi' come cambia il modo dei giovani di relazionarsi con lo stesso.
Per comprenderlo, accanto a ricerche e dati, puo' essere utile rifarsi alla produzione televisiva e cinematografica italiana che "riprende" gli aspetti piu' peculiari di questa realta'.
Nel corso del convegno "Il futuro dei/nei giovani: tra sogni e realta'", organizzato a Milano dal dipartimento di Sociologia dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore
l'11 maggio scorso, abbiamo avuto modo di illustrare una sintetica tipologia degli atteggiamenti e delle motivazioni dei giovani italiani verso il lavoro.
Accanto alla classica figura del rampante yuppie che "lavora per guadagnare", dal desiderio acquisire e acquistare status symbol (un riferimento puo' essere il film "Wall Street"
di Oliver Stone), del giovane che "lavora per vivere", puntando alla propria realizzazione nel tempo libero (si pensi "Tu, io e Dupree" di Anthony Russo),
del professionista affermato che lavora per passione ("Doctor House", "Sex and the city") abbiamo accennato anche ad una figura piu' recente,
che vive nello spazio dell'interstizio tra l'assunzione e la disoccupazione, tra il legale e l'illegale, in un tempo continuato ma passibile a interruzione in qualsiasi momento,
mosso da passione ma anche "incastrato" dalla stessa: e' la figura dello stagista motivato.
Una delle versioni italiane piu' convincenti e' quella proposta dalla situation comedy "BORIS", prodotta da Wilder per Fox Italia.
Il protagonista della prima stagione, Alessandro (a differenza dei ''colleghi'' hollywoodiani - si pensi ad Andy, protagonista de "Il Diavolo Veste Prada"),
porta sullo schermo in modo esplicito le problematiche di molti giovani lavoratori precari italiani (e' molto preparato, ha passione per il suo lavoro, ma non e' raccomandato)
e del loro inserimento nel mondo del lavoro (costretto a firmare solo ed esclusivamente contratti a termine, Alessandro deve cercare di accondiscendere alle richieste di tutti, regista,
attori, elettricista incluso per evitare di essere licenziato immediatamente e allontanato dal mondo che sogna, cioe' quello del cinema e della tv). Potrebbe sembrare una trama che deprime.
E invece piace. Trasmessa prima solo su canali satellitari, prodotta con un budget limitato, quasi interamente girata in un unico padiglione,
la sit-com sta avendo un successo clamoroso, tanto da aver indotto alcuni fan a mettere sul web tutti gli episodi delle stagioni, rendendoli disponibili anche ai non-abbonati satellitari
in qualsiasi momento o serata (provate a mettere il testo "Boris 1x02 parte 1" sul CERCA di youtube).
Il successo di questa produzione, che in sintesi racconta di come viene girata la soap opera "Gli occhi del cuore", sembra riconducibile principalmente a due fattori.
In primo luogo, ai meccanismi di identificazione/riconoscimento che innesca nei giovani (e non solo) spettatori rispetto ai suoi protagonisti.
Si pensi al primo episodio in cui Alessandro, lo stagista non raccomandato, affronta la prima giornata lavorativa sul set e il colloquio con il delegato di produzione (Sergio).
Il giovane, dopo aver firmato assegni che non incassera' mai e una lettera in cui solleva da tutte le responsabilita' l'azienda in caso di infortuni,
si trova a dover firmare la lettera per le dimissioni, senza data, cosi', spiega Sergio "quando non ci servi piu', ci mettiamo la data, arrivederci e grazie".
Di fronte all'espressione basita del ragazzo e alla sua reazione di sconforto, la risposta del delegato di produzione e' lapidaria: "Questi ragazzi... ma che contratti?! Passione,
ci vuole passione!", una frase che riporta lo spettatore alle contraddizioni e alle ipocrisie che caratterizzano oggi i rapporti tra le nuove e le "vecchie" generazioni di italiani
cosi' tipiche del nostro mercato lavorativo (non solo nel mondo televisivo e cinematografico) e che, ad oggi, rischiano di immobilizzarlo.
Ma il mondo del lavoro viene affrontato dallo spettatore di BORIS attraverso un distacco-autoironico che diviene una vera e propria strategia di coping,
utilizzabile in modo efficace per fronteggiare una realta' lavorativa che si dichiara aperta, flessibile e piena di opportunita' (e in questo senso potremmo dire "post-moderna")
pur presentando vincoli e ostacoli ancora tipici del mondo moderno italiano e del rapporto tra generazioni (es.: i personaggi, tecnici, le segretarie - specialmente i non giovani -
vengono assunti sul set solo per raccomandazione e vengono licenziati solo i non-raccomandati o i meno "protetti"). Questo e' il secondo fattore di successo della fiction, quella che uno
degli ideatori del soggetto, Luca Manzi, definisce lo s-collocamento: la capacita' di de-centralizzarsi rispetto a se stessi e al proprio ambiente, rispetto al contesto, di reinterpretare esperienze e personaggi
in chiave ironica e autoironica. Risorse-principi dell'ars maieutica, nell'approccio socratico, e risorse chiave per chi voglia sviluppare un approccio riflessivo sul lavoro e,
piu' in generale, nel processo di costruzione identitaria (per riprendere i termini di Margareth Archer). Ma c'e' di piu'. Per chi, come Luca Manzi
(laureato in Lettere presso l'Universita' Cattolica di Milano e poi, dopo esperienze di lavoro come editor di fiction in tv, licenziatosi per tornare nella nostra Universita' a
svolgere un dottorato), ha sviluppato tale approccio, e' possibile trasformare la propria capacita' di interpretazione degli ambienti di lavoro in capacita' di costruire soggetti televisivi,
cineamatografici o narrativi, e quindi in un lavoro vero e proprio. Lo stesso Manzi racconta di come la sua carriera lavorativa l'abbia portato ad un nuovo tipo di esperienza:
"Adesso scrivo un film per il cinema e sono in uscita con un romanzo. Vivo in un mondo rarefatto e irreale che produce a tratti strati di felicita'".
In sintesi, seppur BORIS non si ponga come prodotto-denuncia delle problematiche che i giovani italiani stagisti, precari o "diversamente occupati"
(per riprendere l'omonimo sito) affrontano nel mondo del lavoro, di certo puo' essere considerato come una forma di meta-teatro (o meglio, meta-tv) satirica il cui successo tra i giovani puo' essere (in una prospettiva ottimista) letto come indice di una crescente criticita' nei confronti delle tradizionali norme e costumi che regolano alcuni ambiti di lavoro o, se non altro (in una prospettiva forse piu' realista), come indice di un desiderio di allontanamento da produzioni televisive stereotipate e di capacita' di reinterpretazione delle stesse in una chiave piu' distaccata ed ironica.